martedì 3 marzo 2015

TechVoluzione



All'ospedale, il giorno dopo il mio ricovero, venni a sapere che mi toccava affrontare un'ora, ogni giorno, escluso sabato e domenica, la psico-educazione... sembra chissà cosa mentre in realtà sono solo due infermiere che ci raccontano come dove quando e perché siamo dei malati di mente. Toccavano i principali sintomi delle malattie mentali ovvero: ansia, depressione, disturbi dell'umore e psicosi. Era interessante vedere quali pazienti rientravano in quali insiemi... io entravo dritto a piede libero nella depressione, non c'erano cazzi, era tutta roba mia... mancanza di volontà, di stimoli, umore basso, scarsa cura dell'igiene e dei rapporti... mica facile essere depressi e conciliarlo con una vita lavorativa, sociale e sentimentale, eh! Per definizione, lì, alla psico-educazione, ci dissero che la depressione è uno stato di lutto in assenza di un reale lutto. Che in parte è vero, a dirla tutta... sei apatico, sei triste, ti senti come se la pena del mondo ti venisse addosso ed anche la forza gravità è diventata di parecchio più predominante rispetto al passato: sia dentro che fuori sei schiacciato, a terra, senza possibilità alcuna di rialzarti. Ma, e vogliano scusarmi coloro che hanno scritto i testi della psico-educazione, nella depressione un lutto c'è veramente: la morte del tuo entusiasmo.
Tra tutte le fregature toccatemi in sorte, apro una parentesi, l'entusiasmo è stata quella che più me l'ha messa al culo... come un tuffatore, a corpo morto, mi sono buttato in tutte le cose che la vita mi ha offerto, preso da quello stupido stato febbricitante, per poi scoprire, con grande disappunto, che ormai sono sott'acqua... e non so nuotare... e l'entusiasmo mi sta facendo annegare nel mare della mediocrità. In conclusione, per me, l'entusiasmo, quella troia, è il primo sintomo della schizofrenia.
Tornando alla psico-educazione, nel corso delle lezioni, ci diedero un foglio stilato dai signori Rahe e Holmes, una lista di eventi che potrebbero portare alla depressione... con classifica e punteggio, oltretutto! La morte del coniuge, ad esempio, è al primo posto ed ha valore 100. Poi c'è il divorzio, la carcerazione, il licenziamento... e tutte ste cose hanno una posizione in classifica e dei valori tipo 73, 47, 31... ora non so come hanno fatto a redarre questi punteggi ma questo punteggio così ben definito che cosa cazzo significa? Abbiamo forse una barra di depressione che va da 0 a 100 ed al suo picco è Game Over? Perché cerchiamo sempre più di meccanizzarci così, sempre, anche negli ambiti scientifici? Non bastavano le informali "ho bisogno di ricaricare le batterie" invece di "voglio riposarmi" o "mettersi in moto" al posto di "partire"? Quand'è che è accaduto, in quale momento, abbiamo iniziato a robotizzarci anche nei termini più ovvi di un discorso sulla persona? Grazie al progresso, alla tecnicizzazione imperante ed al reiterato uso di questi termini, tra qualche tempo, temo, di umano non ci resterà neanche il nostro corpo. Sarà per questo che dobbiamo supplire a questa epidemia di tumori, malattie mentali o nervose e di Alzheimer... sono il prezzo da pagare per continuare a vivere in questa società wireless post-industrializzata. Tutto ciò mi fa capire che il nostro corpo, da dentro, in qualche modo, sta cercando di dirci qualcosa... che forse, immagino, non voglio essere presuntuoso, questo modo di vivere che col tempo abbiamo più o meno scelto magari non è il più idoneo per la nostra interiorità cellulare. E' quindi normale, a mio avviso, l'arrivo di quella che alla psico-educazione chiamano Crisi: una reazione logica ad una società tecnologica. 
Nascere nei primi anni '80 mi ha fatto vivere in prima persona tutta una serie di rivoluzioni che hanno cambiato radicalmente la concezione che abbiamo della nostra e delle altre persone... se da piccolo avessi visto un tizio per strada parlare da solo avrei dato per assunto il fatto che gli mancasse qualche giovedì; adesso, invece, tutti quanti parlano da soli per strada: sono al cellulare! C'è tutta questa voglia matta di comunicare, è impellente, quasi come un bisogno, ma non è vera comunicazione, non c'è vera interazione, sono solo parole che, come le scuregge, lasciano il tempo che trovano... e poù vogliamo comunicare più cresce la diffidenza e l'indifferenza: siamo passati dai tempi del "Chi sei?" a quelli del "Cosa fai?"... sono sicuro che adesso ci troviamo in quelli del "Cazzo vuoi?"
Non c'è più vero interesse, siamo come dei bulimici informatici che ingoiano amici, tweets, likes, foto, riflessioni, notizie... per poi rivomitare ogni cosa fregandocene, davvero, di tutto quanto. Anche se può suonare spietato, nonostante tutto, nella società multimediale, i mali degli uni sono i sollievi degli altri... qui dentro nessun male viene per nuocere del tutto a tutti: puoi assistere ad un omicidio e riprenderlo col tuo smart-phone e diventare un grande you-reporter; puoi leggere delle pene che ognuno pubblica su Facebook godendo se accade a qualcuno che odiavi; puoi mettere on-line il video che hai fatto con la tua ex ragazza... magari le hai rovinato la vita, ma sai quante visualizzazioni su You Porn?
Con tutte queste informazioni non esiste più nessun vero dramma, non esiste alcun sentimento, siamo solo delle trippe molli e defecanti, vittime del pollice opponibile e della ghiandola pineale... Evoluzione, la chiamano! Beh, se tanto mi dà tanto questo tipo di evoluzione verso la quale stiamo velocemente tendendo mi sembra la figlia tisica dell'insoddisfazione che cerca di mutare, sempre, nel tempo, mentre tutto intorno rimane uguale... non c'è da stupirsi se da un secolo ad oggi stiamo sempre più evolvendo fino all'implosione, è che cerchiamo nel comfort l'annullamento dell'essere umani e negli altri, invece, cerchiamo il disagio di saperci riconoscere ancora uguali a ieri. Coloro che però dicono di non provare alcun interesse verso i giudizi degli altri o mentono o sono papabili soggetti per un T.S.O.... non potremmo mai ignorare la presenza delle altre persone, e dunque delle loro opinioni, per lo stesso motivo per cui non si vede nessuno andare a cena al ristorante in pigiama... è per questo, almeno per me, il motivo per cui mi tocca lavarmi molto di più di quanto realmente voglia.

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