giovedì 12 marzo 2015

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Piccola Guida Di Sopravvivenza A Sé Stessi - Capitolo II



La depressione non la puoi dimostrare... magari fosse come un'escrescenza, un rigonfiamento, cosicché gli altri non pensino che sei solo un fottuto bizzoso. Dimostrare, ecco quanto, empiricamente, allora sì che quelle stesse persone, seppure senza minimamente capire che cosa è, sarebbero disposti ad accettare la tua malattia ed anche tu, un pochino, capiresti cosa cavolo hai. "Guarda là il Bardamu, direbbe la gente, povero cristaccio...dev'essere parecchio dolorosa quella roba che cià!". Purtroppo non è così, la depressione, quella bestia invisibile, ce l'hai dentro... è come essere sazi e nonostante tutto sei costretto a continuare a mangiare: dopo un altro boccone pensi "Al prossimo rivomito tutto o esplodo in mille pezzi". Ecco com'è la depressione, una indigestione non richiesta di esistenza.
Quando mi risvegliai, il mattino dopo il ricovero, ero ancora rintontito dai medicinali che avevo preso e da un leggero calo di roba. Le pareti azzurre mi ricordarono immediatamente dove mi trovavo, così iniziai il primo giorno della mia nuova vita da internato. I passi svelti delle infermiere, i rumori dei chiavistelli, la luce che filtrava dalle tapparelle ed il "Buongiorno Bardamu" di Agostino mi fecero calare in uno stato di disperazione. Intendiamoci: per quanto la si rifugga, la disperazione, è una grandissima qualità... una persona che soffre è una persona che sa cos'ha perso o che comunque tiene molto a sé stessa. E' direttamente proporzionale, la disperazione, all'autostima... è quando non la senti più che c'è da preoccuparsi, non te ne accorgi ma sei fatto, fottuto, come un topolino sulla colla anti ratto. 
Andai in bagno a fare una lunghissima ed odorosissima pisciata e tornai a letto, mi coricai di nuovo e diedi le spalle ad Agostino. Mi misi a piangere silenziosamente cercando di non farmi sentire da nessuno. Siamo emotivamente fragili perché dopo tutto siamo persone superficiali, diamo tutto per scontato e per dovuto e quando qualcosa ci manca ne facciamo una piccola, o grande, dipende dai soggetti, tragedia. Ci aspettiamo troppo da noi stessi e dagli altri e molti, i più egoisti, si aspettano qualcosa anche da dio ma, nonostante questo, nonostante tutto, l'unica cosa che è realmente scontata è la morte. Sarà per questo motivo che quella lì, nessuno di noi, riesce davvero ad accettarla.
Più tardi mi svegliò un'infermiera bionda, torva in viso e dal tono vocale troppo alto. 
"Giovane!, esclamò, che s'ha a fare un po' di colazione prima di prendere la terapia?"
Io che ormai non piangevo più e che mi ero mezzo addormentato risposi affermativamente.
"Cosa preferisci, giovane: tea, caffellatte o caffè d'orzo?"
Scelsi tea con limone e biscottini ed uscii con lei nel corridoio. Mi si parò una schiera di persone o in camice bianco o in pigiama, nessun altro tipo di vestito in quel corridoio. Vidi una ragazza che doveva avere più o meno la mia età, stava portando a braccetto una vecchietta, entrambe in pigiama, entrambe ricoverate, in su ed in giù per il reparto. La giovane mi rivolse un disinteressato sguardo che io ricambiai, poi entrai in cucina e mi feci dare la colazione. Finita di farla un'altra infermiera mi fece accomodare nella stanza Medicheria, mi diede due pasticche di Zoloft, mi misurò la febbre, il polso e mi prese la pressione. Quando vide il mio braccio sinistro gonfio, livido e bucato mi disse: "Ci siamo dati da fare, eh, bellino?"
"Perché non ha ancora visto quest'altro..." risposi io, monotono, mentre alzavo la mano destra.
Fuori da lì andai un po' a dare un occhiata a questo lungo corridoio munito di stanze che è il reparto. Con questa scusa attaccai bottone con quella ragazza parlando sia a lei che alla vecchia, dando l'impressione che fossi realmente interessato a quello che chiedevo e non ad immaginarmela, la coetanea, mentre me lo prende in bocca. "Chissà se ingoia" mi domandai interiormente mentre fuori le chiedevo "come fate a passare le giornate qua dentro". Non era una gran bellezza, non aveva troppe forme... ma mi sarei comunque accontentato poiché il viso non era per niente male anche se il culone e le tette erano appena sufficienti. Pensando a questo mi venne in mente proprio la mia ex, l'idea di sapermi internato in psichiatria mi allettava, il problema era che nessuno glielo avrebbe potuto comunicare...un po' mi frustrò, ma non troppo.
Certo che ne provavo di emozioni per essere depresso! In realtà io ho una situazione differente: se da mio babbo ho ereditato la miopia e l'altezza, da mia mamma ho ereditato la depressione e la fronte... me lo disse il Professor Baldecchi, un cazzo di luminare, perdio, non me lo sono diagnosticato da solo come molti fanno. Successe verso i diciotto anni, all'ultimo anno di superiori... entrai in crisi, così, senza che manco me ne rendessi conto. Avevo saltato quasi tutto il primo quadrimestre andando a fare forca o a dormire a casa. Paura dei cambiamenti, THC e depressione, eccolo là il power-trio che mi aveva fatto deragliare dal mio percorso di studente medio. Così, scoperto tutte quelle cose, mia mamma mi portò da questo Psichiatra, il Baldecchi, per riuscire a capire quale che fosse il mio problema. Quando lui seppe che, durante la gravidanza del sottoscritto, mia madre era in pieno esaurimento nervoso ed aggiunsi anche che fumavo canne praticamente ogni giorno, il nostro luminare aveva già risolto il caso: depressione secondaria (o ereditaria) che, unita all'abuso di cannabinoidi, può portare il paziente a patire di alti picchi di disistimia, così mi disse, disistimia. E lo scrisse anche, in una lettera diretta alla mia dottoressa di famiglia, affinché la suddetta mi potesse prescrivere un anti-depressivo: lo Zoloft per l'appunto! Ed ecco che ora tornavo di nuovo ad ingoiare il mio vecchio amico di più di dieci anni fa.
Non c'era molto da fare in reparto, le riviste erano tutte robe di gossip, le persone - eccetto una - non erano di mio interesse e quindi me ne tornai in camera annoiato a morte. Quando vidi Agostino disteso, sempre nella solita posizione in cui l'avevo visto stamani, sopra le coperte, allora capii il perché. Mi tolsi le ciabatte e feci proprio come lui, specularmente, aspettando il pranzo.

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