martedì 10 marzo 2015

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Piccola Guida Di Sopravvivenza A Sé Stessi (Una Storia Vera) Capitolo I



Era martedì, era sera, era ottobre quando mi ricoverarono nel reparto di psichiatria dell'Ospedale Santa Maria di Montevarchi. Per la maggior parte della giornata le mie cosce erano la cosa che avevo guardato piú a lungo, senza riuscire neanche ad affrontare lo sguardo di mia mamma... la vergogna è simile all'essere innamorati: qualsiasi persona tu guardi ci vedrai sempre lei, riflessa, negli occhi degli altri.
Il fatto era che avevo provato a togliermi dal mondo, ecco quanto, avevo provato ad uccidermi. Purtroppo chi è fallito nella vita, molto probabilmente, lo sarà anche nella morte ed infatti, ancora, io, mica ci sono riuscito... la causa? Eccomi qua, presente, sono io! E quindi, dati causa e pretesto, seguendo il saggio consiglio dei nostri avi, ho tentato di tagliare il problema alla radice.
La speranza è simile alla carta igienica, non ti rendi conto di averla finita fin quando non ti ritrovi con le mani lorde di merda... ed io, di merda, le mani, le braccia, me stesso, mi ci ero riempito. Così, all'alba del terzo segmento decennale della mia vita, decisi di farla finita. Cerchiamo di razionalizzare un attimo la situazione, evitando biasimi inutili e contestazioni morali, perché, in fondo, che cos'è realmente un suicida? Non è un vigliacco, non lo è affatto... per me è più come quello che sbircia il finale prima di sorbirsi tutto il film. 
La psichiatra del SIM diede disposizione del mio ricovero: depressione e noia, ecco i miei sintomi... e se la depressione è la morte dell'entusiasmo la noia invece è una cagna fedele, la puoi scacciare e bastonare finché vuoi ma lei tornerà sempre da te però, può capitare, che talvolta possa anche azzannarti alla gola. Mia mamma non sapeva più se piangere di dolore o di gioia mentre, nella sala d'aspetto del pronto soccorso, attendevamo il mio internamento. Me ne andai in bagno e tirai fuori dalla tasca il biglietto dove spiegavo i miei motivi, lo guardai un attimo senza aprirlo e pensai alle promesse non mantenute che stavo buttando nella spazzatura... tirai lo sciacquone, così, per far credere di aver fatto qualcosa più inerente al luogo. Dopo me ne tornai a sedere a guardarmi le cosce... non realizzavo, proprio non ci riuscivo, che fossi qua, che fossi arrivato a martedì, davvero, non lo potevo credere né accettare. 
Non avevo mangiato praticamente niente tra ieri e oggi ma sentivo un senso di sazietà molesto dovuto ai sensi di colpa e alla vergogna. Talvolta questi sensi di colpa diventano davvero enormi, pesanti, e mi schiacciano; la pena si concentra nella bocca dello stomaco e mi fa serrare la bocca e strizzare gli occhi... perché sprecare del sano dolore in modo così improduttivo? E' soltanto una perdita di emozioni per pensarmi più vivo, più puro, più umano. In realtà, poi, ho scoperto che quel magone è soltanto una serie di composizioni chimiche sballate nella mia persona... non c'è niente di sacro o di trascendentale, non è niente di più di questo, è solo la depressione di Serie B per persone di Serie B.
L'infermiera all'Accettazione aveva un viso molto carino, una bellezza svampita, come la sua voce, che cercava di essere tristemente rassicurante. 
«Dimmi un po', Bardamu...come ti senti adesso?» chiese lei guardandomi e sorridendo. Pensavo scherzasse, che ci fosse un pizzico di macabra ironia che non ero riuscito a capire dalla sua fisiognomica e invece... appena controllò meglio la mia scheda nel computer si ammutolì, si chiuse in quel tipo di silenzio che conclude ogni discussione. 
Quando rialzò gli occhi, finito di battere i miei cazzi alla tastiera, vidi in lei lo squallido riflesso della compassione, la versione sentimentale della superbia: quando inizi a compatire l'altro automaticamente ti poni in una posizione di superiorità rispetto al malcapitato ed è una sensazione magnifica la compassione... finalmente possiamo provare gratuitamente del dolore senza il fastidio delle conseguenze perché, alla fine dei conti, tu, senza scampo, rimarrai con la tua pena, né più né meno, quando io, invece, mi sentirò di nuovo libero, sì, ma assolto.
Fui portato in una stanza, mi fecero stendere sul lettino e mi presero il sangue, le urine e mi fecero un ECG. Aspettai che la dottoressa del SIM fosse pronta e poi fui portato al quarto piano: Reparto Psichiatria. Mi misero in stanza con Agostino, un povero cristo di quarantacinque anni che se ne stava seduto sul bordo del letto mentre mangiava flemmatico un pacchetto di patatine. I suoi occhi da vitello mansueto ed i suoi lunghi piedi furono le prime cose che mi colpirono di lui. Quello ed il suo dondolio di gambe, come i bambini sulle panchine, mi suscitarono un po' di diffidenza. E la diffidenza è simile a quelle garrule ochette che, tuo malgrado, nel corso della tua vita, incontrerai sicuramente... la diffidenza è molto più superficiale di quanto sembri perché lo saremmo sicuramente di più nei confronti di una persona brutta come Agostino rispetto ad un musetto carino e sorridente come l'infermiera alla Accettazione... proprio una sciacquetta 'sta diffidenza.
Gli feci qualche domanda di rito riguardo al posto, al mio nuovo coinquilino, mentre tornavo a dissimulare come avevo sempre fatto: garbato ma ironico, interessato ma non troppo indiscreto...
«E' una prigione..., mi disse, dopo quattro mesi qua dentro ti senti proprio come in prigione.»
Quando le mie orecchie udirono quattro mesi, io, ebbi un momento di vertigine... ancora non avevo realizzato dove sarei andato a finire. E certo che ero stato avvertito oltretutto ma, nello stato in cui riversavo, e pur di non tornare alla mia vita, avrei accettato qualsiasi cosa... certo però che l'idea di passare quattro mesi, o più, in quella stanza dalle pareti azzurre e con due lastre orizzontali di vetro poste alle finestre per evitare che qualcuno si buttasse di sotto, un po' mi fece paura. E mentre elaboravo la paura ecco che mi tornarono in mente i discorsi della dottoressa Lovari quando ero al SIM.
«Questo è un ricovero a porte chiuse, hèum? Quindi finché non decido io una tua idoneità non potrai uscire dal reparto, si? E non vogliamo cellulari lì dentro, o tablet, o portatili, hèum? E non c'è neanche la televisione, ma non perché l'ha deciso il consiglio... per un guasto tecnico accaduto poco tempo fa, intesi?»
Sarò stato colpito dal fatto che terminava ogni sentenza con un punto interrogativo o sarà che le parole non riescono mai ad essere così terribili come quello che tentano di descrivere, fatto sta che ormai ero dentro. 
Consegnai il telefono, la cintura, i lacci delle scarpe e l'accendino all'infermiera... testai il comfort del cuscino e del materasso del SST. Agostino, con passo da bradipo, aveva finito le patatine, si era lavato denti e mani ed ora si trovava sotto le coperte. Da quella posizione mi aiutava ad orientarmi nella nuova stanza. «Il tuo armadio è quello a sinistra...non ci sono le grucce, bell'affare, vero?» Era così lento a parlare che prima di aver finito quella frase io già avevo familiarizzato con i vari accessori: un armadio, un letto, una coperta pesante, un comodino e le pareti azzurre. Nulla più.
Poi venne mia mamma coi miei effetti personali e con gli occhi un pochino meno lucidi... venne la dottoressa a raccomandarsi «niente cazzate stasera» ed infine venne un'infermiera che mi diede una pasticca di Olanzapina da 10mg e quaranta gocce di EN e questo è quanto, dopo solo il buio, finalmente... non essere per un po' di ore, solo questo chiedevo, adesso, che ero sopravvissuto a me stesso.

5 commenti:

  1. Era meglio la versione grafica precedente.
    A proposito, queste tue esternazioni sborresche saranno mica un consiglio dello strizza?

    Il Tuo Affezionatissimo

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  2. Casomai SCHIZZAcervelli... comunque hai sbagliato post, questo non parla di shboràte, bensì quello precedente.
    Però io sono fermamente convinto che questo template sia molto meglio del precedente. E ne approfitto per salutare e ringraziare colei che lo ha fatto.

    Mio Affezionatissimo chi, poi?

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  3. Dio lazzarone, non faccio in tempo a leggere un post che già ne hai scodellato un altro!
    Non dirmi che non ti piace Arancia Meccanica versione libro: a me piace molto più del tuo nuovo template. Ma anche di quello vecchio, via.

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  4. A me non piace l'ultimo capitolo di Arancia Meccanica Libro a dire il vero. E' così strano rispetto a tutto il resto del romanzo.

    Comunque, che vuoi farci, sono un ragazzo che secerne molti post...

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  5. Infatti l'ultimo capitolo è stato fatto a bella posta solo per l'edizione americana, almeno in origine, e non c'entra una sega col resto. Nemmeno Kubrick credeva ai suoi occhi quando l'ha letto.
    Del resto Burgess ha scritto più libri degli Uddue.

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